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Come sono stati calcolati i dazi di Donald Trump?

FI
Filippo Iachello

6 min

Dazi di Trump: come sono stati calcolati e l’impatto

Donald Trump ha annunciato i dazi verso tutti i paesi. A quanto ammontano e come sono stati calcolati? Spoiler: male

I dazi annunciati martedì da Donald Trump hanno scosso tutti: politici, cittadini, imprese, ma soprattutto i mercati per via di diversi aspetti. Su tutti, alcuni sono stati evidenziati particolarmente. Uno riguarda i Paesi bersagliati dalla decisione del presidente americano: praticamente tutti, inclusa un’isola dell’Australia abitata soltanto da pinguini, fatta eccezione per Russia, Cuba, Corea del Nord e Bielorussia.

Ma la componente più curiosa di questa decisione dal sapore sovranista e anti-globalizzazione è la modalità in cui i dazi sono stati calcolati. Approfondiamo questo aspetto all’interno di questo articolo.

Un’ondata di tariffe globali

L’offensiva commerciale targata Trump prevede dazi aggiuntivi su praticamente ogni merce importata negli Stati Uniti, con aliquote variabili a seconda del Paese di provenienza. Ecco alcuni numeri chiave del piano tariffario trumpiano:

  • Dazio base universale: +10% su tutte le importazioni verso gli USA​;
  • “Peggiori trasgressori”: circa 60 Paesi accusati di pratiche commerciali sleali subiranno tariffe ben più alte dal 9 aprile. Tra questi, la Cina (+34%, che si somma al 20% già in vigore portando il totale al 54%), il Vietnam (+46%), la Thailandia (+36%), il Giappone (+24%), e tutti i Paesi dell’Unione Europea (+20%) – nel prossimo paragrafo affronteremo questo tema e ci renderemo conto di come sia fuorviante questa classificazione.
  • Stangata sulle auto: confermato un dazio speciale del 25% su tutte le automobili straniere e relativi componenti, un colpo diretto alle case automobilistiche estere.

Trump non ha risparmiato nessuno: dall’Europa alla Cina, dal Giappone al Brasile, tutti “pagheranno dazio”. Persino microstati e territori sperduti compaiono nella lista: dalle isole Svalbard nel Circolo Artico alle remote isole Heard e McDonald (disabitate e popolate solo da pinguini).

“Ci hanno derubato per più di 50 anni, ma non succederà più”, ha tuonato Trump, sostenendo che posti di lavoro e fabbriche torneranno a ruggire negli USA grazie a questi dazi​. Ha persino invitato le imprese estere: “Se volete dazi zero, venite a produrre in America”​. Insomma, America First versione 2.0: questa volta puntando il dito contro praticamente chiunque viva oltre i confini, anche i pinguini.

Come sono stati calcolati i dazi? La confusione tra dazi e IVA

Come avrai notato dalle citazioni, la narrazione di Donald Trump si è sempre basata sulla supposta reciprocità dei dazi. L’ex presidente ha definito i suoi dazi “tariffe reciproche”, sostenendo che gli USA non faranno altro che pareggiare ciò che gli altri Paesi già impongono sui prodotti americani. Detta così, suona quasi ragionevole – peccato che il metodo di calcolo adottato dalla Casa Bianca sia assurdo.

In pratica, Washington ha conteggiato qualsiasi balzello esistente all’estero pur di giustificare dazi elevati, confondendo allegramente l’IVA con i dazi. Per quanto riguarda l’Europa, Donald Trump ha affermato: “L’UE ci fa pagare il 39%!”. Ma questo numero salta fuori dalla somma dei dazi effettivi che l’Europa applica su alcuni prodotti americani (meno del 3%) con l’IVA europea, che però è una tassa sui consumi che varia a seconda del Paese, e persino eventuali tasse ambientali o tecniche di regolamentazione.

In termini ancora più semplici, l’amministrazione USA ha preso ogni tassa esistente su un prodotto in Europa e l’ha interpretata come se fosse una tariffa punitiva contro gli Stati Uniti. Poi, attraverso l’utilizzo creativo di semplici operazioni matematiche, ha calcolato i dazi per come li conosciamo. 

Nessun economista serio metterebbe sullo stesso piano l’IVA (che pagano tutti i consumatori, anche quelli europei) con un dazio mirato alle sole merci straniere – ma evidentemente, nella “realtà alternativa” della guerra commerciale trumpiana, funziona così.

Reverse engineering sul deficit commerciale

La seconda parte del creativo procedimento tramite il quale l’amministrazione Trump ha calcolato i dazi da imporre agli altri Paesi del mondo è ancora più curiosa. Il punto centrale in questo caso è il deficit commerciale. Trump ha sempre visto questo disavanzo come una sorta di score di partita: se gli Stati Uniti importano più di quanto esportano da un Paese, per lui significa che “stiamo perdendo” e che l’altro ci sta imbrogliando.

È noto, ad esempio, che gli USA hanno un deficit di circa 2,5 miliardi di dollari con la Russia (importano da Mosca più di quanto esportino), un dato che in passato Trump sottolineava spesso per giustificare misure punitive.

Tuttavia, durante la sua narrazione, il presidente ha fatalmente confuso questo deficit commerciale con i sussidi, integrandolo nella formula di cui abbiamo parlato sopra. Il risultato? Che i dazi pubblicati ieri dall’amministrazione Trump non sono altro che il risultato del deficit commerciale diviso per l’esportazione del Paese in questione verso gli States.

Ma facciamo un esempio pratico, calcolando al contrario il dazio applicato all’Indonesia. Gli americani hanno un deficit commerciale di 17 miliardi di dollari nei confronti di questo Paese, mentre le esportazioni indonesiane negli Stati Uniti ammontano a 28 miliardi di dollari.
17 / 28 = 0,64 → 64%, proprio il numero che appare sulla tabella di Donald Trump.

Questo è esattamente ciò che riassume la formula pubblicata sulla pagina “Reciprocal Tariff Calculations” del governo: si prende il deficit commerciale degli Stati Uniti in termini di beni con un determinato Paese, lo si divide per il totale delle importazioni di beni da quel Paese, e poi si divide il numero per due. Un deficit commerciale si verifica quando un Paese acquista (importa) più prodotti fisici da altri Paesi di quanti ne venda (esporti) a questi ultimi.

Il possibile impatto di queste decisioni

L’impatto dei dazi imposti da Donald Trump lo abbiamo già visto, almeno superficialmente: durante il primo giorno dalla decisione, il mercato azionario americano è crollato dell’8% circa rispetto a martedì (S&P 500), mentre il NASDAQ ha perso circa il 9% dall’inizio della settimana.

Bitcoin, invece, ha resistito un po’ di più e sta perdendo, per ora, il 7% circa, anche se è ancora in positivo rispetto alla scorsa settimana.

Dal punto di vista geopolitico, invece, la situazione appare ancora più critica. Nello specifico non si comprende il motivo che sta dietro alle decisioni prese dal presidente degli Stati Uniti. Trump sembra voler abolire la globalizzazione, cioè quel processo che ha progressivamente eliminato le barriere al libero commercio, facilitando l’integrazione economica tra Paesi. 

In questo senso possiamo citare un paradosso interessante: in realtà, vendere all’estero dove le merci valgono di più è stato, per molti Paesi, un modo per accelerare l’accumulazione di capitale e avvicinarsi economicamente alle nazioni più ricche. È così che la Cina è decollata. E anche l’Europa, in parte, ha beneficiato dello stesso meccanismo. Ma il vero vincitore della globalizzazione è stato… proprio l’America. Perché?

  • Perché ha conquistato la simpatia di mezzo mondo, sbaragliando il sistema sovietico, che non offriva né consumi né crescita.
  • Perché ha guidato il processo, abbandonando per prima i dazi e mostrando i muscoli dell’economia di mercato.

Il libero commercio ha permesso agli Stati Uniti di emergere come superpotenza culturale, tecnologica ed economica, contribuendo al tramonto dell’Unione Sovietica e della Cina maoista. Ha generato ricchezza.

E oggi? Il commercio globale non danneggia affatto gli USA, al contrario di quanto vuole far credere Trump. Gli Stati Uniti, forti del loro vantaggio tecnologico, si sono concentrati su settori ad alta produttività e valore aggiunto. Il risultato? Il Paese è più ricco, produce meno beni a basso costo (che importa), ma li compra a prezzi convenienti, mantenendo reddito pro capite molto elevato. Questo deriva principalmente dall’egemonia americana nei servizi. Basta pensare a quanti dei servizi digitali che usiamo ogni giorno – da social media a motori di ricerca, da piattaforme di streaming a software – sono progettati, gestiti e monetizzati negli Stati Uniti.

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