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Iran: quando la politica USA influenza i mercati

GA
Giuseppe Avolio

6 min

guerra in iran

Guerra in Iran: a Washington sta cambiando il clima? Trump sotto scacco? Intanto i mercati tradizionale e crypto accusano. Qual è lo scenario?

La Camera degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che traccia una linea di demarcazione netta nella politica estera americana: con 215 voti a favore e 208 contrari, il Congresso ha votato per frenare il Presidente Donald Trump, intimandogli di non intraprendere ulteriori azioni militari nel conflitto con l’Iran. Quando accaduto potrebbe avere un risvolto più importante di quanto si creda. Cerchiamo di capirlo insieme. 

Guerra in Iran: Trump ora appare molto più debole 

Ciò che è successo nella notte italiana tra il 3 e il 4 giugno potrebbe avere un’importanza clamorosa: dal punto di vista puramente tecnico, si tratta di una misura ampiamente simbolica, una specie di risoluzione non vincolante che non ha la forza legale di bloccare i fondi per l’esercito dall’oggi al domani.

 Tuttavia, il suo peso politico è enorme: l’atto impone formalmente alla Casa Bianca di ritirare le forze armate o, in alternativa, di chiedere un’approvazione esplicita al Congresso prima di ogni mossa.

Ma la vera notizia, a parer nostro, risiede nelle dinamiche interne del voto. I Democratici sono riusciti a far passare la misura solo grazie al sostegno di quattro deputati Repubblicani che hanno deciso di rompere i ranghi e votare contro il proprio leader. Questa spaccatura evidenzia una forte tensione interna alla maggioranza. 

Come si può immaginare, il motivo principale dietro questo nervosismo è legato alla reazione dell’opinione pubblica: con i prezzi della benzina in costante aumento alla pompa e un ritorno di fiamma dell’inflazione , i cittadini americani stanno mostrando una crescente insofferenza verso i costi economici dei conflitti mediorientali, spingendo i parlamentari a cercare una via d’uscita per non perdere il consenso degli elettori.

Qual è la conseguenza politica principale? La risposta è relativamente semplice: la votazione ha confermato che la maggioranza dei Repubblicani alla Camera è estremamente fragile

Tra qualche mese, a novembre, avranno luogo le Midterm, cioè le elezioni di metà mandato in cui si rinnova la composizione del Congresso: se, com’è probabile, il partito di Trump dovesse perdere il controllo sia della Camera che del Senato, l’intera agenda politica pro-business e pro-crypto, tipica del partito Repubblicano, subirebbe una brusca frenata.

Wall Street divisa: il Tech trema e l’industria festeggia

I riflessi di questo voto si sono fatti sentire immediatamente sui mercati finanziari globali, registrando reazioni asimmetriche nel pre-market, ovvero quella finestra temporale di contrattazioni che precede l’apertura ufficiale delle borse, dove si muovono principalmente i grandi operatori istituzionali.

L’indice S&P 500 che, come è noto, raggruppa le cinquecento aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, ha registrato un calo dello 0,49%, mentre il Nasdaq, l’indice tecnologico per eccellenza, sta cedendo l’1,21% – al momento della scrittura. 

Il motivo di queste performance è perfettamente coerente con quanto scritto poco fa: una probabile perdita di controllo politico da parte di Trump e la prospettiva di una futura avanzata democratica spaventano la Silicon Valley

Questo perché sotto l’amministrazione repubblicana, le aziende stanno beneficiando di una politica accomodante caratterizzata da deregolamentazione e sgravi fiscali. Uno spostamento dell’asse politico verso i Democratici potrebbe portare con sé un aumento delle tasse societarie e, in generale, un approccio molto più restrittivo sull’Antitrust, l’organismo che vigila sulla concorrenza per evitare monopoli, e sullo sviluppo normativo dell’Intelligenza Artificiale.

Al contrario, il Dow Jones sta viaggiando in territorio positivo con un incremento dello 0,45%. L’indice, infatti, è composto dai giganti dell’economia industriale, della manifattura e dei trasporti, come Caterpillar e Boeing. Per queste realtà, la fine delle ostilità in Iran significherebbe una riduzione immediata delle tensioni sul mercato del petrolio

In ultima istanza, un calo del prezzo del greggio ridurrebbe i costi di produzione e logistica, aumentando notevolmente i margini di profitto, erosi dagli attuali rincari energetici. 

L’effetto sul mercato crypto

Le ripercussioni di questo voto parlamentare, naturalmente, hanno un effetto netto anche sul mercato crypto: nella notte, Bitcoin è arrivato a sfiorare i 60.000$, mentre Ethereum è sceso a quota 1.730$, ma anche gli ETF su Crypto registrano forti deflussi. 

Il rischio principale, in questo caso, riguarda il CLARITY Act, il progetto di legge quadro che punta a definire una regolamentazione chiara e stabile per l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti: senza una sponda politica forte a Washington, ora rappresentata dalla fazione repubblicana, la sua approvazione diventerebbe più che complessa.

Tuttavia, nonostante la tendenza a credere che la crescita del tech e delle crypto dipenda esclusivamente da governi di stampo repubblicano, i dati storici mostrano una realtà diversa: certamente il contesto era differente, caratterizzato da forti stimoli fiscali per contrastare gli effetti economici della pandemia, ma durante la presidenza del democratico Joe Biden, il valore di Bitcoin è cresciuto del 200%, rompendo per la prima volta in assoluto il tetto dei 100.000$.

CLARITY Act: Cynthia Lummis contro Jamie Dimon 

Già che abbiamo lanciato il tema, ne approfittiamo per approfondire rapidamente il discorso. Il CLARITY Act si trova oggi al centro di uno scontro tra la lobby bancaria e i sostenitori dell’innovazione finanziaria.

Come anticipato, il CLARITY Act è un disegno di legge che mira a stabilire regole certe per il mercato crypto: per questa ragione, sta incontrando una forte resistenza dal settore tradizionale, che vuole proteggere i propri spazi.

Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha criticato pubblicamente la proposta di legge: per Dimon, il CLARITY Act concederebbe alle società crypto la possibilità di raccogliere capitali e pagare interessi sui depositi dei clienti senza però sottostare ai medesimi controlli previsti per gli istituti di credito ordinari. 

Il banchiere ha fatto riferimento in particolare al rispetto delle normative AML (Anti-Money Laundering), l’insieme di leggi antiriciclaggio per il tracciamento dei fondi illeciti, e del Bank Secrecy Act (BSA), la legge che impone agli intermediari finanziari di segnalare le transazioni sospette alle autorità di vigilanza.

La senatrice repubblicana Cynthia Lummis, da sempre favorevole allo sviluppo degli asset digitali, ha risposto in modo deciso all’attacco del numero uno di JPMorgan: secondo Lummis, le dichiarazioni di Dimon sono un tentativo di confondere l’opinione pubblica o derivano da una lettura parziale del testo di legge.

La sostanza della disputa è di natura commerciale, dal momento che le banche tradizionali temono lo sviluppo delle stablecoin: se aziende crypto avessero la piena legittimità di offrire rendimenti trasparenti sui depositi in stablecoin, molti risparmiatori potrebbero decidere di spostare i propri capitali fuori dal circuito bancario tradizionale – il cosiddetto deposit flight – dove i tassi di interesse sui conti correnti rimangono spesso vicini allo zero. 

In poche parole, l’obiettivo della lobby bancaria è quello di rallentare il più possibile il CLARITY Act, proprio in virtù di ciò che scrivevamo qualche riga fa: una Camera e un Senato non più a trazione repubblicana renderebbero l’approvazione del testo di legge molto complicata. 

Come andrà a finire?

Non ci resta che attendere: la politica americana ha regalato spesso forti colpi di scena che hanno cambiato le carte in tavola da un giorno all’altro. Noi, ovviamente, continueremo a seguirne gli sviluppi: per restare sempre sul pezzo su ciò che muove davvero i mercati, entra nel nostro canale Telegram ufficiale o iscriviti direttamente a Young Platform!

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