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Clarity Act: l’esito del voto del 15 settembre

GA
Giuseppe Avolio

9 min

Clarity Act

Il voto per il Clarity Act si avvicina: il primo voto procedurale al Senato USA è fissato per il 15 settembre. Ecco le ultime novità.

Il Clarity Act, la più importante proposta di legge sulla regolamentazione delle criptovalute negli Stati Uniti, sembrerebbe essere entrato nel vivo, ma non senza problemi: dopo l’ostruzionismo dell’ala democratica del Senato, i Repubblicani pubblicano un’altra bozza da 630 pagine: sarà quella definitiva?

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Cos’è il Clarity Act?

Prima di entrare nel dettaglio, diamo rapidamente un po’ di contesto: cos’è il Clarity Act? E perché è così decisivo?

Il Clarity Act, in breve, è una proposta di legge sulla struttura del mercato degli asset digitali che mira a regolamentare in modo completo l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti per la primissima volta. 

Il disegno di legge, infatti, ha l’obiettivo di definire regole chiare per il settore, soprattutto attraverso una distinzione netta dei ruoli delle autorità di vigilanza più importanti, cioè la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) e la Securities and Exchange Commission (SEC)

A cosa serve il Clarity Act? 

Il Clarity Act ha lo scopo di stabilire se un asset digitale sia da considerarsi una “commodity“, cioè un bene di scambio o materia prima, o una “security“, ovvero un titolo finanziario o contratto di investimento. Nel primo caso, l’asset in questione rientrerebbe nel perimetro di competenza della CFTC mentre, nel secondo, sarebbe sottoposto alla giurisdizione della SEC. 

Oltre a ciò, il Clarity Act si pone anche l’obiettivo di migliorare e rendere effettive le norme legate alla trasparenza, all’antiriciclaggio e alle eventuali sanzioni.

Gli effetti della sua approvazione potrebbero essere enormi. Un mercato regolamentato da un quadro normativo chiaro come quello garantito dal Clarity Act potrebbe favorire una nuova e forte ondata di investimenti e innovazione nel settore crypto degli Stati Uniti.

Il motivo è semplice: i grandi capitali fuggono dal rischio e hanno bisogno di certezze. Pensaci: finanzieresti mai la costruzione di un condominio su un terreno dove i permessi devono ancora essere concessi?

Ultimo update al 16/09 – Il Senato blocca il Clarity Act

Il tentativo di riaprire la discussione al Senato USA in merito al Clarity Act non è andato a buon fine: il voto si è concluso con 50 voti a favore e 49 contrari, senza raggiungere la soglia dei 60 voti indispensabile per la ripresa del dibattito in aula. Il problema principale resta la questione etica: i Democratici giudicano ancora troppo deboli le restrizioni sui profitti crypto della famiglia Trump.

Il mercato crypto, come ci si sarebbe potuto aspettare, ha accusato il colpo: Bitcoin arretra a 75.500$, Ethereum scende a quota 2.400$ e la Total Market Cap torna sotto i 2,6 trillion. In questa situazione apparentemente negativa, il noto analista Willy Woo (@willywoo) segnala un dato interessante: “Vedo gli USA vendere dopo il no al Clarity Act (su Coinbase). Nel frattempo, il resto del mondo — ben più dominante — continua ad accumulare (su Binance). Bullish.

Da un punto di vista più “tradizionale”, nella giornata di martedì 15 settembre, gli ETF Crypto hanno registrato un netflow negativo pari a 591 milioni di dollari, mentre i principali titoli legati al settore – Circle (CRCL), Coinbase (COIN), Strategy (MSTR) e Strive (ASST) – hanno chiuso in forte perdita.

Il riassunto delle puntate precedenti

Come siamo arrivati fin qui? Perché i Democratici si sono messi di traverso? E perchè il Clarity Act ha dovuto fare i conti anche col settore bancario tradizionale?

Cynthia Lummis (Partito Repubblicano): “I Democratici hanno ottenuto ciò che chiedevano”. 

Alla vigilia del voto al Senato del 15 settembre, i senatori Cynthia Lummis, John Boozman e Tim Scott avevano rilasciato la bozza finale del Clarity Act. Il testo, come dichiarato dai politici, rappresentava “il punto d’arrivo di oltre un anno di trattative” e accoglieva ben 126 modifiche richieste dai Democratici.

Tra le novità più importanti, figurava l’integrazione della proposta etica che definisce restrizioni abbastanza nette per il Presidente Trump, il Vicepresidente Vance, i parlamentari federali, i giudici e i rispettivi coniugi, finalizzate alla gestione dei potenziali conflitti di interesse – vedi paragrafo “Clarity Act e Trump: la questione etica”.

Inoltre, per superare le resistenze del settore bancario, la bozza attribuiva al Segretario al Tesoro nuovi poteri per prevenire la fuga dei depositi – in inglese deposit flight – dai conti bancari tradizionali verso le stablecoin. Ne abbiamo parlato nella sezione “Altri problemi: tra Dipartimento di Giustizia e settore bancario”. 

Infine, attraverso le modifiche al Blockchain Regulatory Certainty Act (BRCA), il testo prevedeva l’introduzione di uno scudo legale civile per gli sviluppatori di software, volto a proteggere chi scrive il codice dagli obblighi di registrazione come “trasmettitore di denaro (a patto che non avesse anche un ruolo nella gestione dei fondi altrui). 

Insomma, citando la Senatrice Lummis, tra i principali promotori del disegno di legge: “Questo nuovo testo include più di 120 richieste dei Democratici. Esprimere un voto contrario martedì 15 settembre significa opporsi a vere riforme etiche sugli investimenti personali dei politici, cedere la leadership americana negli asset digitali ai nostri concorrenti esteri e lasciare gli americani privi di qualsiasi tutela nei mercati delle cripto-attività. I Democratici hanno ottenuto ciò che volevano; ora devono solo saper accettare un sì”.

Ma i Democratici si sono subito messi di traverso

Nella notte italiana del 14 settembre, i Democratici hanno inviato la classica controproposta dell’ultimo minuto: i dubbi dell’opposizione si concentravano soprattutto sulle norme etiche, ritenute ancora insufficienti. 

Nello specifico, i Dem erano convinti – e l’hanno confermato col voto contrario del 15/09 – che la bozza pubblicata dalla senatrice Lummis, di cui abbiamo dato i dettagli poche righe fa, avrebbe impedito ai Procuratori Generali di muovere azioni legali dirette contro il Presidente degli Stati Uniti nel caso in cui si fossero verificate le violazioni.  

Allo stesso tempo, sempre secondo l’opposizione, queste stesse norme avrebbero permesso all’Ufficio per l’Etica di GovernoUnited States Office of Government Ethics, l’ente che dovrebbe occuparsi proprio dei conflitti di interesse – di concedere deroghe ai funzionari per consentire loro di mantenere attivi i propri affari nel settore crypto. 

A ciò si sono aggiunte le banche tradizionali che, nonostante le rassicurazioni del Segretario del Tesoro USA Scott Bessent, avrebbero voluto maggiori garanzie sul tema del deposit flight e dei rendimenti sulle stablecoin. 

I Repubblicani hanno i giorni contati

Il voto del 15 settembre era una delle ultime occasioni per far procedere la discussione sul Clarity Act. 

Questo perché ci avviciniamo sempre di più alle elezioni di metà mandato, un appuntamento elettorale che negli Stati Uniti ha un’importanza notevole: le Midterm, infatti, potrebbero ridefinire l’equilibrio politico e ridurre il potere dei repubblicani in favore della componente democratica, non proprio favorevole – per usare un eufemismo – all’approvazione di questo disegno di legge. 

Inoltre, l’urgenza è dettata dal fatto che la stessa Cynthia Lummis, tra le principali promotrici del testo di legge, non si ricandiderà e dovrebbe lasciare il Congresso a gennaio 2027.

Clarity Act e Trump: la questione etica

Il più grande ostacolo che ha bloccato l’avanzamento del disegno di legge per oltre un anno è stata la cosiddetta “disposizione etica“, in inglese “ethics provision”. Si tratta di una norma progettata per vietare ai funzionari federali, inclusi il Presidente, il Vicepresidente e i membri del Congresso, di emettere criptovalute, sponsorizzarle o trarne profitto durante il loro mandato governativo.

A volere fortemente l’inserimento di questa clausola nel disegno di legge sono stati in primo luogo i Democratici, a causa delle attività di Donald Trump: i documenti finanziari – la financial disclosure – pubblicati nel luglio 2026, hanno infatti rivelato che Trump ha incassato circa 1,4 miliardi di dollari in profitti legati alle criptovalute nel corso del 2025, derivanti in gran parte dalla sua memecoin TRUMP e dalla società di famiglia World Liberty Financial (WLFI). 

Per disinnescare le accuse di conflitto di interessi, neutralizzare la leva politica dell’opposizione e ottenere i voti democratici necessari per superare l’ostruzionismo (il cosiddetto muro dei 60 voti), a Trump è stato chiesto di accettare queste limitazioni etiche. 

Dopo mesi di trattative, a fine luglio 2026, Trump ha dato il suo consenso firmando il testo della disposizione etica. Ma le complicazioni non sono mancate. 

Altri problemi: tra Dipartimento di Giustizia e settore bancario

Oltre a quanto descritto finora, la bozza non richiedeva ai politici di liquidare gli attuali investimenti in criptovalute e includeva una “clausola di decadenza” – originale: sunset clause – che avrebbe fatto scadere queste restrizioni già a gennaio 2029.

Infine, l’assegnazione della vigilanza al Dipartimento di Giustizia (DOJ) è stata vista – non a torto – come una mossa per annullarne il potere sanzionatorio: l’istituto, infatti, è guidato da Todd Blanche, ex avvocato personale del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. 

Di fronte alle condizioni appena descritte, ritenute troppo deboli, alcuni Democratici moderati chiave avevano fatto sapere che non avrebbero più sostenuto il provvedimento.

Giovedì 30 luglio, come riportato dalla testata The Block, i senatori Thom Tillis (Repubblicano) e Ruben Gallego (Democratico) hanno inviato alla Casa Bianca una nuova proposta di compromesso etico. In ogni caso lo stesso Gallego, insieme ad altri membri del Senato, aveva ribadito che non avrebbe votato la legge senza tutele più rigorose. Con lui, altri esponenti dello stesso partito.

Ma non c’è solo la politica: anche l’industria bancaria tradizionale, supportata da alcuni Repubblicani, si è messa di traverso: le principali associazioni bancarie americane – come l’American Bankers Associationsi sono formalmente schierate contro il disegno di legge, sostenendo che non proteggesse adeguatamente il sistema finanziario.

Uno dei timori principali faceva riferimento ai rendimenti offerti dalle stablecoin e il relativo “deposit flight”: perché un risparmiatore dovrebbe continuare a tenere fermi i propri fondi in banca quando può generare yield con le stablecoin? 

Il Clarity Act verrà approvato in futuro?

Difficilissimo dirlo, soprattutto dopo il voto negativo del 15 settembre. È quasi certo, però, che i Repubblicani faranno un ulteriore tentativo prima delle Midterm. A quel punto, dipenderà da come gestiranno il tema etico che, a quanto pare, rappresenta ancora il principale ostacolo.

Il Clarity Act, lo ricordiamo, è un importante provvedimento che regolarizzerebbe il mercato crypto americano: la sua approvazione aprirebbe la porta a investimenti, innovazione e sviluppo a lungo termine, offrendo quella certezza legale tanto attesa dagli operatori, che potrebbero finalmente abbandonare le preoccupazioni legate alle ripercussioni normative.

A questo proposito, il Crypto Council for Innovation ha lanciato un allarme: l’ennesimo stallo rischia di causare una “fuga di cervelli” verso l’Unione Europea. Col Regolamento MiCA, infatti, l’UE è stata in grado di fornire un quadro normativo chiaro al settore crypto, definendo i perimetri d’azione ed eliminando le zone d’ombra per gli operatori.    

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