Che cos’è Polkadot (DOT)
Polkadot è una rete nata per far parlare fra loro blockchain diverse. Al centro c’è una catena principale, la Relay Chain, che mette a disposizione la sicurezza dei propri validatori; attorno ci sono le catene collegate, chiamate parachain, ciascuna con le proprie regole e applicazioni, che condividono quella sicurezza e possono scambiarsi messaggi e asset senza passare da ponti esterni. La rete principale è attiva dal maggio 2020.
DOT è la cripto-attività nativa: serve a mettere in staking per la sicurezza della rete, a votare le decisioni e a pagare lo spazio di calcolo che le catene collegate acquistano. Su Young Platform è possibile acquistare e vendere la cripto-attività DOT in modalità spot.
Chi sviluppa Polkadot e chi lo governa
Il progetto nasce da Gavin Wood, cofondatore di Ethereum e autore del suo primo software, che nel 2016 pubblica il documento di Polkadot e fonda la Web3 Foundation, con sede in Svizzera, per finanziarlo. Lo sviluppo del software è affidato a Parity Technologies, la società di Wood, e a una rete di team indipendenti. Nel 2024 Wood è tornato a lavorare a tempo pieno sul protocollo, con un progetto di riscrittura chiamato JAM.
La governance è interamente on-chain. Dal 2023 il sistema si chiama OpenGov: chiunque detenga DOT può proporre un referendum e votare, con un peso che cresce se si accetta di bloccare i token più a lungo. Non esiste un consiglio con potere di veto: anche gli aggiornamenti del software e la spesa del tesoro passano dal voto. È uno dei sistemi di governance più usati del settore, con centinaia di referendum decisi ogni anno.
Come funziona la rete
La Relay Chain non esegue applicazioni: coordina i validatori, che mettono DOT in staking e vengono scelti anche in base ai token che gli altri possessori delegano loro. Ogni catena collegata produce i propri blocchi e li sottopone ai validatori della rete principale, che li verificano e li finalizzano. Un attacco a una singola parachain richiederebbe quindi di attaccare l’intera rete.
Il modo in cui le catene ottengono l’accesso è cambiato. Fino al 2024 dovevano vincere un’asta e bloccare DOT per due anni; dal settembre 2024, con Agile Coretime, comprano tempo di calcolo a mese o a blocco, come si compra capacità su un cloud. Il 4 novembre 2025 la rete ha spostato saldi, staking e governance dalla Relay Chain a una catena di sistema chiamata Asset Hub, ora Polkadot Hub: 1,63 miliardi di DOT e 1,5 milioni di conti migrati in meno di nove ore, con commissioni di trasferimento cento volte più basse. Il piano è che il Hub ospiti anche smart contract compatibili con Ethereum.
Il 2025 e 2026: il tetto all’offerta e JAM
Il cambiamento più importante per chi detiene DOT è economico. Per anni la rete ha emesso circa 120 milioni di DOT all’anno, un’inflazione intorno al 10%, senza un tetto massimo. Il 18 ottobre 2025 il referendum 1710, approvato con l’81% dei voti, ha fissato un tetto di 2,1 miliardi di DOT e un’emissione che si dimezza ogni due anni: la prima riduzione, a 60 milioni l’anno, è scattata il 14 marzo 2026. Al momento della migrazione circolavano 1,63 miliardi di DOT.
Il secondo cantiere è JAM, la riscrittura del protocollo pensata da Wood per sostituire nel tempo la Relay Chain con una macchina più generale. Nel gennaio 2026 è partita una rete di prova pubblica, con oltre quaranta team che ne scrivono implementazioni indipendenti in linguaggi diversi; a metà 2026 JAM non era ancora sulla rete principale, e le proposte di attivazione passeranno da OpenGov. Nel frattempo, il 6 marzo 2026 è stato quotato al Nasdaq il primo ETF spot americano su DOT, emesso da 21Shares, che mette in staking una parte dei token detenuti.
A cosa serve il token DOT
DOT ha tre funzioni. La prima è lo staking: i validatori e chi delega loro i propri token mettono in sicurezza la rete e ricevono in cambio una parte dell’emissione; lo staking comporta il rischio di taglio dei token in caso di comportamento scorretto del validatore e un periodo di blocco alla disattivazione di 28 giorni. La seconda è la governance, con il meccanismo di voto descritto sopra. La terza è il pagamento del tempo di calcolo da parte delle catene collegate, che dal 2024 è la fonte di domanda del token legata all’uso effettivo della rete.
Cosa valutare prima di acquistare DOT
Oltre alla volatilità comune a tutte le cripto-attività, ci sono tre elementi specifici. Il primo è l’adozione: la tecnologia di Polkadot è fra le più sofisticate del settore, ma il numero di applicazioni e utenti sulle sue catene è rimasto inferiore a quello delle reti concorrenti, e il dibattito su questo punto è aperto anche dentro la comunità. Il secondo è la transizione: la rete sta cambiando architettura due volte in due anni, prima con il Hub e poi con JAM, e ogni passaggio porta rischi tecnici. Il terzo è la diluizione: il tetto all’offerta riduce l’emissione ma non la elimina, e chi non partecipa allo staking vede la propria quota ridursi nel tempo. Sul piano del prezzo, DOT ha toccato il massimo storico nel novembre 2021.
Se vuoi trasferire DOT verso un portafoglio esterno, verifica sempre in app la rete di destinazione supportata: un invio sulla blockchain sbagliata può causare la perdita definitiva dei fondi.
In sintesi
Polkadot è la rete che ha scommesso sulla sicurezza condivisa fra blockchain diverse, e che nel 2025 e 2026 ha rifatto sia la propria architettura sia la propria economia: il Hub al posto della Relay Chain per le operazioni quotidiane, un tetto di 2,1 miliardi di DOT e un’emissione che si dimezza ogni due anni. Il token mette in sicurezza, vota e paga lo spazio di calcolo. Capire come funziona la sicurezza condivisa, e quanto la rete venga davvero usata, è il modo migliore per decidere se e come inserire DOT nel proprio portafoglio di cripto-attività. Per l’altra grande rete di catene collegate trovi la pagina di Cosmos; per il confronto con la rete da cui viene il suo fondatore, quella di Ethereum; per i prodotti quotati, la voce ETF del glossario.
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