
La guerra tra Israele-USA e Iran è giunta al secondo mese: tra blocchi e sblocchi dello Stretto di Hormuz, le Borse sono incerte. E il mercato crypto?
La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nel secondo mese: lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL, è doppiamente bloccato, ma nelle ultime due settimane le delegazioni iraniana e statunitense sembrano intenzionate a trovare un accordo. Le Borse mondiali, ovviamente, non hanno idea di cosa potrebbe succedere e navigano a vista. Il mercato crypto segue ma sembra leggermente più solido: qual è la situazione?
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Guerra in Iran: gli sviluppi dall’inizio del conflitto
Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”.
Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è salito dai 73$ al barile agli odierni 113,7$.
Ma non finisce qui: nel weekend del 20-23 marzo, Trump ha mandato un ultimatum promettendo di “colpire e radere al suolo“ le infrastrutture iraniane legate al nucleare. La Repubblica islamica ha risposto col classico “occhio per occhio, dente per dente”: “Se colpite l’elettricità, noi colpiamo l’elettricità“.
Un paio di giorni dopo, il Presidente degli Stati Uniti è tornato sui suoi passi mettendo in atto il solito comportamento che gli è valso il soprannome di TACO: Trump Always Chickens Out – Trump si tira sempre indietro. Cosa ha fatto?
Ha pubblicato un post sul suo social Truth che recitava, con qualche errore di battitura: “Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, conversazioni molto buone e produttive riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”.
“Sulla base del tenore e del tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana”, continua il POTUS, “ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, a condizione che gli incontri e le discussioni in corso abbiano successo”.
Gli iraniani, dall’altro lato, hanno prontamente smentito la dichiarazione bollandola come fake news. Allo scadere del secondo ultimatum, Trump ha esteso il periodo di “non attacco” di altri dieci giorni – forse.
Nella notte italiana tra l’1 e il 2 aprile, per aggiungere altra carne al fuoco, il Presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso alla nazione con gli aggiornamenti sull’operazione militare: in sintesi, ha riferito al mondo che la guerra potrebbe continuare per altre sole due o tre settimane, perché gli Stati Uniti avrebbero raggiunto tutti gli obiettivi.
Infine, durante il weekend pasquale del 5-6 aprile, apparentemente le parti in conflitto avrebbero iniziato a dialogare in merito a un possibile accordo di cessate-il-fuoco della durata di 45 giorni. Ma Donald Trump, in un discorso tenuto nella giornata di lunedì 6 aprile, è stato abbastanza netto: o l’Iran accetta il piano entro le 20 ora di New York (2 del mattino italiane), o “raderà al suolo l’intero paese”.
Avevamo chiuso l’update con la domanda “è il solito bluff del TACO – Trump Always Chickens Out – President?” a cui è seguita una risposta affermativa: Trump ha accettato una tregua di due settimane col regime degli Ayatollah. In seguito, nel weekend del 11-12 aprile, le delegazioni statunitensi e iraniane si sono incontrate in Pakistan, per dialogare in merito a un possibile accordo definitivo.
I colloqui non sono andati bene e il Presidente degli Stati Uniti ha ordinato alla propria Marina di bloccare l’uscita dallo Stretto di Hormuz, creando quindi un blocco sul blocco.
Nelle ultime due settimane, tuttavia, si sente parlare sempre più spesso di cessate il fuoco e colloqui di pace. Durante il weekend del 25-26 aprile, i diplomatici iraniani avrebbero inviato alla controparte USA una proposta: “prima chiudiamo il conflitto e riapriamo Hormuz, poi parliamo della questione del nucleare”.
L’incertezza è totale, ma i mercati sembrano ottimisti e, soprattutto, meno inclini a fidarsi ciecamente delle news che arrivano dal Medio Oriente.
Le performance dei principali indici azionari
Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione.
E i mercati sanno bene che alla crescita dell’inflazione aumentano le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse – il prossimo FOMC avrà luogo tra due giorni. Cosa significa tutto ciò in numeri?
Partendo dagli Stati Uniti, i tre principali listini sono tornati ampiamente in territorio positivo: dal giorno uno del conflitto, il Dow Jones sta guadagnando lo 0,67%, mentre l’S&P500 e il Nasdaq 100 hanno messo a segno nuovi All Time High e stanno guadagnando, rispettivamente, il 4,1% e il 9,3% – il Dow Jones subisce più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici.
Il momento di turning point, cioè il bottom a cui è seguita l’inversione di trend, si è verificato il 30 marzo. Dalla chiusura di quel giorno, i tre listini hanno messo a segno un recupero di una certa importanza: Dow Jones, S&P500 e Nasdaq 100 stanno guadagnando, nell’ordine, l’8,9%, il 13% e il 19%.
Ma voliamo in Europa, che se la passa un po’ peggio: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, nello stesso periodo sta perdendo l’1,4%. Nel dettaglio, Londra è giù del 3,6%, Parigi del 2,5% e Francoforte dell’1,5%. Milano fa molto meglio e torna addirittura in territorio positivo con un +3,1%.
Anche in questo caso, vale lo stesso discorso di sopra: da martedì 30 marzo, STOXX ha recuperato il 5,3% mentre i principali quattro indici europei hanno recuperato, nell’ordine, il 2,5%, il 5,3%, il +7,4% e l’8,8%.
In Asia la situazione è tornata più favorevole: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, ha invertito la rotta e sta mettendo a segno il +4,9%, mentre il KOSPI, il principale indice sudcoreano che, con lo scoppio della guerra, era arrivato a cedere anche fino al 18%, ha radicalmente cambiato direzione arrivando ad aggiornare i massimi: +14,2% dalla chiusura del 3 marzo. In Cina, l’Hang Seng viaggia sulla parità: -0,5% dall’inizio delle ostilità.
Naturalmente, le Borse asiatiche seguono lo stesso movimento delle “cugine” europee e statunitensi: il 30 marzo ha visto un rimbalzo che ha portato gli indici appena descritti verso un recupero molto importante: Tokyo +18,3%, Seul +25,35% e Hong Kong +4,75%.
Focus metalli preziosi: oro e argento
In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così.
La quotazione dell’oro, dalla chiusura del 27 febbraio, è scesa del 10,9%, seguita a stretto giro dall’argento (-19,4%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste sette settimane, il DXY – dollaro vs sei principali valute estere – sta guadagnando lo 0,7%. Importante notare che lunedì 27 aprile, mentre aggiorniamo l’articolo, il DXY sta perdendo l’1%: evidentemente, oltre alle notizie sul nuovo potenziale Presidente della Federal Reserve Kevin Warsh, l’ultima proposta di pace menzionata poco sopra è stata giudicata seria e rilevante da parte degli investitori, che hanno ripreso a vendere dollari.
E il mercato crypto?
Il mercato crypto sembra essere legato, con le dovute proporzioni, all’andamento del settore tech USA: da venerdì 27 febbraio, Bitcoin sta guadagnando il 18,4%, dopo settimane di alta volatilità in cui ha puntato i 70.000$ per ben quattro volte, riuscendo infine a rompere quel tetto e passare all’attaco degli 80.000$ – ora si trova a quota 78.000$; Ethereum fa anche meglio con un +20,45%; Ripple e Solana, invece, mettono a segno performance più modeste, salendo del 4,9% e del 4,5%. In generale, la Total Market Cap è cresciuta di circa 322,8 miliardi di dollari (+14,35%).
Qualche dato interessante
Secondo BitcoinTreasuries.net, negli ultimi trenta giorni le Public Companies e gli ETF hanno aumentato i loro stake di Bitcoin del 4,2% e del 5,7%. In altre parole, da una parte le società quotate – come Strategy (MSTR) – hanno portato il totale detenuto in Bitcoin pari a 1,21 milioni di BTC. Dall’altra, le società emittenti di ETF – come iShares di BlackRock proprietaria di IBIT (iShares Bitcoin Trust ETF) – hanno registrato afflussi positivi e hanno aumentato il proprio stake a 1,7 milioni di BTC.
In merito, è interessante confrontare gli stake delle entità più rappresentative di queste due categorie: Strategy (MSTR) per le Public Companies e IBIT per gli ETF. Si tratta di un testa a testa serratissimo: la prima detiene 815,061 BTC, il secondo 811.981 BTC.
In sintesi, i dati ci dicono che la quantità di Bitcoin disponibile si riduce, con conseguenze positive per il prezzo, come spiegato dalla legge della domanda e dell’offerta.
Siamo di fronte a una rotazione dei capitali?
È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli.
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